Lo Statuo dei lavoratori si tratta della legge 20/05/1970, n. 300, che contiene le disposizioni più innovatriti, dopo l' emanazione della COSTITUZIONE, SUL DIRITTO SINDACALE E SUL DIRITTO DEL LAVORO.

Lo Statuto dei lavoratopri consta di 38 articoli, ma il più importante e dà forza agli altri art., è l' art. 18.. senza il quale gli altri non hanno valore giuridico.

Art. 18
o meglio conosciuto come 'REINTEGRAZIONE SUL POSTO DI LAVORO' in caso di illegittimo licenziamento.
Tra le più innovazioni dello statuto c' è, appunto, l' art. 18 in tema di licenziamenti. Secondo tale norma, il giudice, con la sentenza che dichiara inefficace il licenziamento o annulla il licenziaento senza GIUSTA CAUSA o GIUSTIFICATO MOTIVO o ne dichiara la NULLITA', ordina la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro. Il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno subìto per il licenziamento di cui sia stata ACCERTATA l' INEFFICACIA o l' INVALIDITA'.

Inoltre lo Statuto dei lavoratori, oltre ai diritti, prevede anche i casi per i lienziamenti per giusta causa.... fino ai licenziamenti in tronco individuali o licenziamenti collettivi o parziali.
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FLAVIO BACCARO

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Governi di Centro, Centro-destra e centro-sinistra VERGOGNATEVI !!!I saltimbanchi delle pensioni

Ma si va ben oltre: in questo Accordo si disegna uno stravolgimento della Previdenza negli anni a venire.

I firmatari si sono impegnati a concordare entro il 2008 un meccanismo automatico che definirà il valore deicoefficienti di rendimento previdenzialesulla base di parametri esterni: il PIL nazionale, le dinamiche macro-economiche, le scelte in materia di bilancio statale, l'andamento demografico e l'aspettativa di vita. Così ogni tre anni il Governo stabilirà nuovi coefficienti di calcolo della pensione, senza obbligo di contrattazione e senza alcun rapporto con l’equilibrio tra entrate contributive e uscite per il pagamento delle pensioni.

A nulla servirà che le casse Inps (finanziate dai contributidei lavoratori) siano in attivo: il Ministro del Tesoro deciderà di quanto il coefficiente di calcolo delle pensioni deve essere abbassato per prendersi le risorse che gli servono a fare altro.

Così la pensione del lavoratore esce dalla categoria del salario differito e contrattato: la Cassa Previdenziale è ridotta alla completa mercè dello Stato.

Questo Accordo non è che un ulteriore passo nel disegno di distruzione della pensione pubblica e della privatizzazione dei servizi previdenziali: PREPARIAMOCI A COMBATTERLO CON TUTTE LE FORZE POSSIBILI.

C’èpoco da meravigliarsi: se il cervellone dell’operazione è quel ministro del Tesoro Padoa Schioppache nella sua carriera ha cumulato liquidazioni da milioni di euro, del centrosinistra al governo fanno parte il ministro degli Interni Amato e il presidente del Senato Marini, ex-sindacalista Cisl,autori -nella carica di Primo ministro e ministro del Lavoro- del primo attacco al sistema pensionistico nel ‘92-93.

Per non parlare di Dini, anche lui esponente della maggioranza, autore della “controriforma” del ‘95,con la quale fu prolungata l'età pensionabile e introdotto quel passaggio dal "retributivo" al "contributivo” che ha condannato le pensioni alla miseria e rotto il patto di solidarietà tra anziani e giovani.

E c’è ancor meno da meravigliarsi se tra i complici a “schioppare”i lavoratori c’è il ministro del Lavoro, l'ex-sindacalista Cgil Damiano, già ben noto “amico dei padroni”.

Insomma: si persiste nella bruttura della legge Maroni e, truffando sul bilancio Inps che è invece in attivo, si riduce la “riforma” a uno scambio di costi da compensare tra i futuri pensionati.Le " formule magiche" 95, 96, 97 sono apposite ad allungare l'obbligo al lavoro per 40 anni prima di ricevere una misera pensione (50-60% del salario), per nulla compensata dalla rapina del TFR nei Fondi cosiddetti “integrativi”, ed insieme allungare l'età anagrafica verso i 65 anni per limitare il godimento della pensione all'aspettativa di vita.

Anche la possibilità di andare in pensione con una età anagrafica ridotta di 3 anni per chi svolge lavori cosiddetti usuranti, essendo subordinata alle necessità finanziarie, è stata ristretta e produrrà palesi discriminazioni tra i lavoratori.

Si deve al governo di centrodestra, quella legge Maroni che dall' 1.1.2008 innalzava l'età della pensione di anzianità da 57 a 60 anni, per arrivare gradualmente a 62 anni nel 2014.

Ora il governo di centrosinistra, tradendo le promesse parolaie in campagna elettorale di Prodi sul rifiuto dello "scalone", si è rimangiato tutto, e non solo: il superamentodello scalone è in sostanza un rafforzamento, innalzando a 58 anni l'età pensionabile nel 2008 e poi aumentandola a rate, fino ai 62 anni nel 2014.

 

 

 

 

 

Requisito minimo 35 anni    Data                 Anni (età)    Quota 1 genn. 2008     58                           1 genn. 2009     59                 95     1 genn. 2010     60                 96     1 genn. 2011     61                 97

Tratto da un volantino della CONFEDERAZIONE COBAS

ROMA, viale Manzoni 55 - Tel 0670452452 - Fax0677206060 – e mail cobas@cobas.it  sito www.cobas.it

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Sindacato
                                - Ridateci la Scala Mobile -                                Il governo Ciampi, la Confindustria e Cgil, Cisl, Uil RESPONSABILI ... VERGOGNATEVI
Lavoro
Nuovo modello contrattuale

Malatia - Comporto

L’ARTICOLO 18.

CHE COS’E’?  

I toni dello scontro tra governo e sindacati si sono fatti nelle ultime settimane sempre più accesi e duri. L’oggetto del contendere è la riforma del mercato del lavoro che l’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi ha messo in cantiere con l’obiettivo dichiarato di introdurre maggiore flessibilità nel sistema dei rapporti di lavoro. Lo scopo è quello di ridurre la disoccupazione, soprattutto giovanile.

I punti principali della riforma riguardano: l’introduzione di nuove forme di contratto lavorativo più flessibili rispetto al tradizionale “contratto a tempo indeterminato” (contratti occasionali, lavoro a chiamata, lavoro progetto etc.); un nuovo modello di contrattazione decentrata al livello delle singole imprese con uno spazio anche per la contrattazione individuale (imprese che hanno profitti più alti avrebbero così la possibilità di offrire ai propri dipendenti condizioni contrattuali più vantaggiose); una riforma dei meccanismi di protezione a vantaggio dei lavoratori meno tutelati; l’estensione ad un anno dell’indennità di disoccupazione per chi perde il posto di lavoro condizionata però alla frequentazione di corsi di formazione professionale (con una spesa prevista per lo Stato di circa 1.5 miliardi di Euro); la liberalizzazione dell’istituto del collocamento in modo da facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro con il coinvolgimento anche di strutture private.

La proposta del governo che più di altre incontra l’opposizione delle tre confederazioni sindacali (CGIL, CISL, UIL) è quella che riguarda le norme sui licenziamenti contenute nel cosiddetto “Statuto dei lavoratori” (Legge 300 del 1970). Nell’opinione del governo una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro potrebbe essere ottenuta anche attraverso una modifica di tali norme, ed in particolare dell’articolo 18 (reintegrazione nel posto di lavoro).

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori stabilisce che “(…) il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento (…) o annulla il licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo (…) ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. (…)”. Il lavoratore, dunque, che ritenga di essere stato licenziato senza una giusta causa o un giustificato motivo, può ricorrere al giudice. Se in sede giudiziaria viene accertata l’assenza di questi due requisiti, il giudice emette una sentenza con la quale può obbligare il datore di lavoro a riassumere il lavoratore licenziato. Questa norma è valida per tutti coloro che lavorano in aziende con più di quindici dipendenti.

Il governo propone una deroga all’articolo 18. La riforma prevede che nel caso di un licenziamento senza giusta causa nei prossimi quattro anni il lavoratore licenziato venga indennizzato con una somma di denaro ma non possa più godere del diritto ad essere riassunto con sentenza del giudice. Questa deroga dovrebbe riguardare solo alcune categorie di lavoratori ed in particolare: i lavoratori “in nero” che vengono regolarizzati dalle aziende in cui lavorano; i lavoratori il cui contratto a tempo determinato venga trasformato in contratto a tempo indeterminato (ma solo nel Sud); i lavoratori la cui assunzione faccia superare all’impresa la soglia dei quindici dipendenti (questo per facilitare le assunzioni nelle aziende che attualmente impiegano meno di quindici lavoratori).

L’opposizione dei sindacati alla deroga proposta dal governo è netta. Essi hanno dichiarato la loro disponibilità a sedersi al tavolo delle trattative per discutere i diversi aspetti della riforma del mercato del lavoro, a condizione però che il governo “stralci” l’articolo 18, escluda cioè dal negoziato ogni sua possibilità di modifica. La protezione contro il licenziamento senza giusta causa viene infatti giudicata un diritto fondamentale dei lavoratori, che deve essere salvaguardato ad ogni costo.

Addio allo Statuto dei Lavoratori - Cade l' ultimo Baluardo di difesa dalla schiavitù. "Uno contro l' altro" (lavoratore contro lavoratore), questa e la Nuova Politica del Lavoro. La perdita di ogni dignità. Grazie alla decaduta "Sinistra" (definizione di Sinistra: perchè si trova a sinistra della Destra) che ha iniziato facendo aumentare gli anni di lavoro e togliendo Diritti al Lavoratore ed alla "Disastrata" sempre più frazionata Sinistra attuale che dei lavoratori ha dimostrato di non avere molto interesse. Conta il proprio "orticello" e poltrona.