3 aprile 2009 Ha atteso 23 anni per fissare un'udienza della Commissione tributaria centrale per dirimere una vertenza. E' accaduto a un ex impiegato del ministero delle Finanze. Luigi Marcianò, ora pensionato 78enne, negli anni Settanta chiese una indennità integrativa speciale sullo stipendio e la restituzione di somme indebitamente versate all'erario nella dichiarazione dei redditi, ma non gli fu concessa. Così adì le vie legali arrivando fino a oggi.
Tratto da TG.com - Cronaca

Martedì 31 Marzo 2009
Bassano del Grappa Vicenza
Due condanne e due assoluzioni per la morte di Claudio Cerantola, il 54enne lattoniere di Bassano che si spense il 26 settembre 2004, soffocato dal mesotelioma pleurico, il tipico tumore derivato dal contatto con l’amianto. Una sentenza inaspettata - nel senso della separazione delle responsabilità - che, a parte i due prosciolti, non ha soddisfatto nessuno. In aula si sono subito levati mugugni e poco dopo, all’esterno del palazzo di Giustizia, è scoppiato un battibecco fra le parti. Esponenti del Gruppo per la salute nei luoghi di lavoro hanno esposto uno striscione con la scritta "Claudio assassinato per la seconda volta".
Claudio Cerantola cominciò a sentirsi male alla fine del 2003, pochi mesi dopo essere andato in pensione. Il verdetto dei medici fu terribile, mesotelioma pleurico. Lui stesso indicò che aveva praticamente vissuto in mezzo all’eternit; nessuno - disse - l’aveva mai avvertito del pericolo. Dopo la sua morte un drappello fra parenti, amici e colleghi diede vita al Gruppo per la salute con l’intento di stigmatizzare il problema e aiutare la moglie a sostenere un’azione contro i datori di lavoro. Alla fine del 2005 la donna presentò una denuncia e successivamente si giunse a un rinvio a giudizio. A rispondere di omicidio colposo furono chiamati Armando e Augusto Pittarello, 72 e 71 anni, e Pietro e Livio Cerantola, 59 e 54 anni (non sono parenti della vittima). Parte civile si costituì la vedova del 54enne, Nadia De Lorenzi. I quattro furono accusati di aver cooperato nella produzione delle cause che cagionarono la morte di Claudio, per aver - i due Pittarello in
qualità di legali rappresentanti della Metalcarpen, i due Cerantola in qualità di responsabili della ditta omonima - impiegato il Cerantola alle proprie dipendenze, rispettivamente dal 1965 al 1989 e dal 1989 al marzo del 2003, incaricandolo di lavori di copertura di tetti di fabbricati con lastre di eternit. Tali operazioni - ancora secondo l’accusa - si svolsero senza precauzioni, pure previste dalle norme. I due Cerantola - sempre secondo l’accusa - continuarono ad impiegare l’addetto in questo tipo di mansioni nonostante il divieto di usare materiali contenenti amianto, come prescritto dalla legge 27/3/92 n.257.
Venerdì,il pubblico ministero aveva domandato 3 anni per ciascuno dei due Pittarello e 2 per ciascuno dei due Cerantola. Erano poi intervenuti il patrono di parte civile e il difensore dei Pittarello. Ieri, in aula, ha parlato il legale dei Cerantola, ribadendo che nel periodo in cui Claudio lavorò per i suoi assistiti non ebbe mai a che fare con l’amianto. "Tutti i riferimenti a presunti contatti col pericoloso silicato prodotti dall’accusa sono indiretti e non verificati".
Alle 12.30 il giudice Deborah De Stefano si è ritirato per deliberare. Alle 14.10 il verdetto. Armando e Augusto Pittarello sono stati condannati ciascuno a 6 mesi di reclusione, coi doppi benefici; il risarcimento sarà definito in sede civile, intanto dovranno versare una provvisionale di 25.000 euro; dovranno anche rifondere le spese alla parte civile, circa 9.000 euro. Pietro e Livio Cerantola sono stati assolti per non aver commesso il fatto.
Il legale dei primi due imprenditori ha subito annunciato appello. Il legale dei secondi ha ripetuto che "la griglia degli elementi da noi raccolti non dava adito a dubbi. La ditta Cerantola non ha mai avuto a che fare con l’amianto e quindi con il decesso dell’operaio". «Siamo sorpresi - ha commentato - l’avvocatessa della vedova - secondo noi entrambe le imprese hanno avuto delle responsabilità e ci sembrava che le perizie l’avessero dimostrato. Attendiamo le motivazioni».
Come accennato in apertura, momenti di tensione dopo la sentenza. "Le prove erano chiare, entrambe le aziende dovevano essere punite - ha dichiarato un esponente del Comitato - In questa città, in questo Paese, si continua a non dare risposta alle morti sul lavoro. Ma noi non ci stiamo e proseguiamo la nostra battaglia".
Il gazzettino -Vicenza 31 marzo 2009